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  Ricordo di Ludovico, giovane a 95 anni
2010-02-24 00:52:52
 di FIORA LUZZATTO - Il 20 febbraio scorso, a Valloni di Cerro al Volturno, tutto era pronto per festeggiare il 95° compleanno di Ludovico Rossi.
 
Il giovani, che volevano bene al quasi–centenario come se fosse un loro coetaneo, avevano preparato il rinfresco e la torta nel circolo ARCI, e c’era aria di allegria. E invece Ludovico, proprio quel giorno, nell’arco di pochi minuti, diede il suo ultimo addio alla famiglia e a tutti quelli che gli volevano bene. 
Ludovico Rossi era nato nel 1915 a Cerro al Volturno, precisamente nella frazione Valloni. Anzi: lui fieramente si considerava cittadino di “Rossi”, una minuscola borgata che vantava “autonomia” rispetto alla frazione Valloni di cui giuridicamente faceva parte. Ludovico era un  ragazzo quando fu colpito dalla poliomielite, la temuta malattia che a quei tempi mieteva vittime e causava la “paralisi infantile”. (Solo una trentina di anni più tardi fu scoperto il vaccino anti-polio). I suoi genitori, che avevano nove figli, quando Ludovico perse l’uso delle gambe, pensarono di mandarlo a Torino, dove l’Istituto “Cottolengo” accoglieva i ragazzi con le più varie disabilità. Così Ludovico, vivendo a Torino, ebbe una adolescenza completamente diversa da tutti gli altri compaesani. Gli insegnarono un mestiere e divenne abile calzolaio. Si abituò a leggere il giornale. E in lui nacque quella passione per la Juventus che non era solo tifo sportivo: era autentico amore. Se  all’origine di migliaia di clubs “juventini” in tutto il Meridione c’è la storia della FIAT e dei suoi operai meridionali, nel caso di Ludovico non fu il Lingotto, ma fu il Cottolengo a creare con la Juve un legame che durò per tutta la vita.
Alla fine degli anni Trenta, Ludovico tornò da Torino e divenne il ciabattino del paese. Nella sua botteguccia si davano tacito appuntamento ogni giorno tutti i maschi del paese a “ragionare” per ore e ore, mentre il padron di casa incollava e tirava di spago. Così, per decenni, il luogo di ritrovo della gente di Valloni,  per le discussioni di sport e di ogni altro tipo, è stata la bottega di Ludovico.  I bambini ascoltavano con gli occhi spalancati: era la loro scuola di vita. I ragazzi si ammassavano sulle poche sedie, come se fosse un centro sociale giovanile. Ludovico non aveva perso i contatti con i suoi amici di Torino, che gli spedivano ogni settimana una autentica rarità: nientemeno che i giornali, che non arrivavano in nessun altro paesino molisano! La bottega di Ludovico era una specie di emeroteca: si poteva leggere la “Gazzetta dello sport”, e qualche volta anche “La stampa”. Certo, erano giornali di qualche giorno prima. Ma erano comunque una primizia, una rarità. Così quella remota borgata molisana partecipò al grande delirio per Primo Carnera, idolo dell’Italia negli anni Trenta. E Ludovico aveva anche la prima radio, da cui risuonavano le radiocronache di Nicolò Carosio. E poi venne la televisione: si costitui’ una “cooperativa”, la gente mise in comune i soldi, e il luogo dove troneggiò il primo televisore di Cerro fu, naturalmente, il fondaco di Ludovico, dove al giovedì sera la gente (in questo caso, anche le donne!) si portava una sediolina per vedere “Lascia o raddoppia”.
L’aver perso l’uso delle gambe non gli impediva di spostarsi sulle stampelle e sulla sedia a rotelle. Per comprare la “Gazzetta dello Sport” andava addirittura da Cerro a Isernia spingendo “a mano” la sua carrozzella. E una volta arrivò a Isernia ma il giornale era esaurito…. allora un uomo, impressionato per tanta passione, gli volle regalare la propria copia del giornale, per non farlo tornare indietro a mani vuote. Poi arrivò l’automobile, con i comandi manuali: e fino all’ultimo giorno della sua vita Ludovico, al volante della sua macchinuccia, faceva un giretto per le borgate del paese, scherzando con quelli che incontrava. L’affetto di tutti circondava Ludovico, sua moglie e le sue figlie. Quanti scherzi quando si seppe che uno dei suoi cari generi era tifoso sfegatato della Roma! Quante battute quando la Iuve giocava contro i “lupi” della capitale!
Non dimenticò mai il “Cottolengo”  che aveva dato una svolta alla sua vita. Ai tanti operai cerresi che lavoravano a Torino chiedeva sempre se quell’Istituto esisteva ancora. Si rendeva conto che era stato proprio il Cottolengo a dargli “una marcia in più”. Ludovico non ha camminato con le gambe, ma ha tenuto sempre in movimento, fino alla fine, il suo animo e la sua mente. Gli amici hanno commemorato la sua figura durante la cerimonia funebre, ed hanno detto di lui: non è mai diventato “vecchio”. E’ proprio vero: Ludovico è stato giovane fino all’ultimo. E giustamente, sul suo feretro, gli amici vollero appoggiare una sciarpa bianconera.

 

   
 

 

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